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	<title>suedive &#187; racconti</title>
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		<title>i fuochi</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jul 2008 22:55:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[pensieri]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[la foto moonlight serenade e&#8217; mia le mani del vecchio sono grandi e odorano di fumo. sembrano accartocciarsi sulle orecchie del bambino che, con gli occhi di cervo, cerca la sicurezza dello sguardo di sua madre. lei sorride e lui si tranquillizza, abbandonandosi a quelle mani che un po&#8217; lo spaventano ma che promettono miracoli. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="float: right; margin-left: 10px; margin-bottom: 10px; text-align: center;"><a title="moonlight serenade" href="http://www.flickr.com/photos/suedive/2714538141/"><img src="http://farm4.static.flickr.com/3224/2714538141_ac80d53557_m.jpg" alt="" /></a><br />
<span style="font-size: 70%; margin-top: 0px;">la foto <a href="http://www.flickr.com/photos/suedive/2714538141/">moonlight serenade</a> e&#8217; <a href="http://www.flickr.com/people/suedive/">mia</a><br />
</span></div>
<p>le mani del vecchio sono grandi e odorano di fumo. sembrano accartocciarsi sulle orecchie del bambino che, con gli occhi di cervo, cerca la sicurezza dello sguardo di sua madre.<br />
lei sorride e lui si tranquillizza, abbandonandosi a quelle mani che un po&#8217; lo spaventano ma che promettono miracoli.<br />
seduto sulla sedia del bar, il bimbo si abbandona, le mani salde ai bordi di legno liscio, le nocche bianche per lo sforzo e la paura.<br />
il cielo nero e senza stelle non sembra piu&#8217; cosi&#8217;  minaccioso nel silenzio ovattato di quella presa salda.<br />
all&#8217;improvviso un colpo sordo fa sobbalzare il cuore del bimbo che chiude gli occhi, mentre la vibrazione si trasmette allo stomaco e quindi alle mani.<br />
- apri gli occhi senno&#8217; non vedi nulla &#8211; la voce del nonno e&#8217; calma e rassicurante.<br />
il piccolo apre gli occhi e allora ecco la magia.<br />
il cielo si e&#8217; riempito di stelle rosse che scendono lente cambiando colore. dura un attimo e poi di nuovo un colpo, piu&#8217; forte del primo, seguito immediatamente da un secondo e poi da un terzo ravvicinato.<br />
gli occhi si chiudono ancora e lo stomaco sobbalza mentre le mani si stringono fino allo spasimo.<br />
- guarda, questo e&#8217; blu e arancione! -<br />
gli occhi si aprono sicuri, in tempo per vedere tre gruppi di stelle, due blu, uno arancione, richiarare il cielo che, ora, ha lo stesso odore delle mani del nonno.<br />
poi arrivano il giallo, il verde, il viola acceso.<br />
ogni volta un sobbalzo, ogni volta gli occhi chiusi.<br />
quando infine l&#8217;argento sfuma nel nero del cielo, il bimbo, a bocca aperta, batte le mani felice.<br />
anche il nonno sorride, di un sorriso che il bimbo non dimentichera&#8217; piu&#8217;.</p>
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		<title>stravaganza 10</title>
		<link>http://www.suedive.com/2007/07/31/stravaganza-10/</link>
		<comments>http://www.suedive.com/2007/07/31/stravaganza-10/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 31 Jul 2007 21:17:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[stravaganza]]></category>

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		<description><![CDATA[(Capitoli Precedenti: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9) Vedr&#242; con mio dilettol&#39;alma dell&#39;alma mia,il cor di questo cor,pien di contento.E se dal caro oggetto,lungi convien che siasospirer&#242; penandoogni momento. &#160; Giustino (1724) &#8211; A. Vivaldi Atto Primo, Scena Settima&#160; &#160; Ho lasciato che ore si sommassero a ore, giorni a giorni, come [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<span style="font-size: 95%">Capitoli Precedenti: <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza.html">1</a>, <a href="http://www.suedive.com/?p=207">2</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza-3.html">3</a>, <a href="http://www.suedive.com/?p=212">4</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/04/stravaganza-5.html">5</a>, <a href="http://www.suedive.com/?p=218">6</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/04/stravaganza-6.html">7</a>, <a href="http://www.shibumi.it/2007/05/10/stravaganza-8-vanita/">8</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/05/stravaganza-9.html">9</a>)</span>
<div align="right" style="font-size: 95%; font-style: italic">Vedr&ograve; con mio diletto<br />l&#39;alma dell&#39;alma mia,<br />il cor di questo cor,<br />pien di contento.<br />E se dal caro oggetto,<br />lungi convien che sia<br />sospirer&ograve; penando<br />ogni momento.</div>
<div align="right" style="font-size: 95%; font-style: italic">&nbsp;</div>
<div align="right" style="font-size: 95%; font-style: italic"><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Giustino_(Vivaldi)">Giustino</a> (1724) &#8211; A. Vivaldi</div>
<div align="right" style="font-size: 95%; font-style: italic">Atto Primo, Scena Settima&nbsp;</div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho lasciato che ore si sommassero a ore, giorni a giorni, come a desiderare di non dovermi mai addentrare in questa parte di storia, che cosi&rsquo; direttamente mi ha toccato e che, fino a qualche giorno fa non ho mai capito veramente. Poi ho trovato il diario di Alessio e solo allora tutto e&rsquo; divenuto chiaro. </p>
<p>Ricordo, del giorno del ritratto, ogni dettaglio, ogni colore e battito di ciglia, ma su tutto, piu&rsquo; che gli sguardi degli amanti novelli e delle anime infelici protagoniste di quel pomeriggio, nella mia mente si ergono le parole che Violante stessa mise sulle labbra della giovane Clotilde, l&rsquo;innamorata Clotilde, la sorridente, l&rsquo;innocente, la povera Clotilde: le parole d&rsquo;un aria che Don Vivaldi aveva fatto ascoltare tempo prima alla marchesa e di cui, ella, aveva subito intuito la potenza seduttrice, senza pero&rsquo; immaginare come, quelle parole, contenessero in loro un presagio del proprio destino.</p>
<p> <span id="more-239"></span> Aveva presenziato essa stessa ai preparativi, curando ogni dettaglio, come se stesse mettendo in scena un&rsquo;opera dal cui successo dipendesse la sua stessa vita. Aveva fatto preparare, sul retro del giardino di palazzo Belmonte, un angolo per il terzetto d&rsquo;archi che avrebbe accompagnato la voce di Clotilde. Alla sinistra della pedana di legno su cui si sarebbero esibiti I musici, sotto l&rsquo;ombra gentile del salice piangente, aveva fatto disporre una grande tela bianca, posta in modo tale che il pittore avrebbe mostrato poco piu&rsquo; che un terzo del viso a Clotilde,&nbsp; che invece si sarebbe trovata davanti gli occhi magnetici di Federigo e, piu&rsquo; indietro, quelli rapaci d&rsquo;ella stessa<br />Quando all&rsquo;ora pattuita io ed Alessio arrivammo in giardino, Clotilde, rossa in volto, cercava di sfuggire a Violante che ridendo la inseguiva girando attorno al salice. Le risa argentine della giovane, le mani ad aprirsi il varco tra le fronde, cessarono nell&rsquo;attimo esatto in cui i suoi occhi incontrarono quelli di Alessio.</p>
<p>- Marchesa Belmonte, signorina Clotilde &ndash; Alessio si inchino&rsquo; alla presenza delle due donne.<br />- Vi stavamo aspettando, Alessio &ndash; anche Violante si era fatta seria &ndash; ecco la vostra tela ed i pennelli. Il Conte arrivera&rsquo; fra breve. Potete intanto iniziare a tracciare i contorni del giardino che fara&rsquo; da sfondo. Federigo desidera essere immortalato in mezzo al verde, non ama i ritratti al chiuso e si aspetta da voi grandi cose.<br />- Faro&rsquo; del mio meglio marchesa.&nbsp;</p>
<p>Mi stupiva sempre osservare la grazia e la leggiadria di Alessio. La leggerezza dei suoi gesti, la lentezza esasperata di ogni movimento delle dita magre, la piega perennemente imbronciata delle labbra che sapeva trasformarsi nel piu&rsquo; luminoso e sincero dei sorrisi, i lunghi capelli neri che scendevano ribelli sulla fronte bianchissima e ne incorniciavano il volto; non mi stupiva vedere Clotilde pendere completamente dalle sue labbra. Anche ora che lo sguardo, serio e carico di tensione, tradiva la concentrazione con la quale si preparava a compiere il lavoro che gli era stato assegnato, cosciente delle aspettative che sulla sua arte erano poste dal committente, Alessio irradiava una luce particolare. Clotilde lo osservava in silenzio. Alessio le si avvicino&rsquo; e le sussurro&rsquo; qualcosa all&rsquo;orecchio. La ragazza abbasso&rsquo; lo sguardo ed abbozzo&rsquo; un sorriso, immediatamente catturato da Violante, che con un gesto imperioso della mano fece cenno ai musici di disporsi ai loro posti. Poi, avvicinatasi a Clotilde, le poso&rsquo; una mano sulla schiena mentre con l&rsquo;altra le sistemava i capelli, scomposti dalle schermaglie al cui ultimo atto avevamo assistito. Poi la prese per mano e la condusse al centro del piccolo palco di legno, le sfioro&rsquo; il viso con un dito e la bacio&rsquo; all&rsquo;angolo sinistro della bocca con una naturalezza che mi fece trasalire per sensualita&rsquo;.&nbsp;</p>
<p>- Dunque sono in ritardo ! &ndash; Federigo era arrivato in silenzio con passo felino, quasi apparso dal nulla, completamente vestito di nero come era solito fare, con I capelli corvini sciolti sulle spalle a fondersi con la cappa lunga fino a terra. Getto&rsquo; il tricorno tra l&rsquo;erba e si avvicino&rsquo; a Violante baciandole la mano.<br />- Stavamo appunto preoccupandoci per voi caro Federigo &ndash; menti&rsquo; Violante &ndash; permettetemi di presentarvi l&rsquo;artista che tramandera&rsquo; il vostro bel volto ai posteri; Alessio, il figlio del nostro fedele Severino.&nbsp;</p>
<p>Sentendosi nominare Alessio sollevo&rsquo; lo sguardo dalla tela ed incontro&rsquo; gli occhi di Federigo. Questi allungo&rsquo; la mano ad accogliere quella di Alessio, che abbozzo&rsquo; un sorriso che si spense immediatamente sulle sue labbra rosa pallido in risposta all&rsquo;occhiata profonda con la quale Federigo lo scruto&rsquo;. Vidi il sopracciglio nero del conte sollevarsi impercettibilmente e per un attimo mi parve che l&rsquo;aria si fosse come fermata. Non fui l&rsquo;unico evidentemente ad accorgermi della tensione improvvisa che si era venuta a creare: </p>
<p>- E naturalmente vi ricordate di Clotilde &ndash; disse infatti, Violante.<br />- Naturalmente, come dimenticare un cosi&rsquo; fresco fiore &ndash; </p>
<p>Il vento riprese a soffiare tra i rami del salice mentre Federigo si inchinava in un profondo baciamano che la giovane accolse con un timido sorriso.&nbsp;Pensai che Alessio, per quanto ancora giovane e insesperto, avesse fiutato il pericolo che il Conte rappresentava per la felicita&rsquo; sua e della sua giovane amica.</p>
<p>Violante era radiosa, perfettamente padrona della situazione, osservava il triangolo che lei stessa aveva creato a suo proprio vantaggio. Batte&rsquo; le mani dando cosi&rsquo; inizio alla seduta di pittura e alla musica.&nbsp;</p>
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	    &nbsp;</p>
<p>Clotilde inizio&rsquo; a cantare, Alessio a dipingere. Ma da subito intuii che c&rsquo;era c&rsquo;era qualcosa di sbagliato nell&rsquo;aria, qualcosa di imprevisto, qualcosa di cui io, che conoscevo Alessio,&nbsp; e Violante,&nbsp; che conosceva Federigo e Clotilde, ci accorgemmo subito.</p>
<p>Clotilde cantava e la sua voce, i suoi sguardi, le parole che pronunciava erano tutti per Alessio, il quale sembrava essere fuori dal tempo, lontano da quel giardino, immerso nella sua arte e negli occhi di Federigo che, anziche&rsquo; dedicarsi a Clotilde,&nbsp; non lo lasciavano per un istante. <br />Mi accorsi che tra i due era inizato un dialogo silenzioso. Mi accorsi di come Alessio non riuscisse a sostenere lo sguardo di Federigo ma tornasse ripetutamente a immergersi nella profondita&rsquo; dei suoi occhi neri, come se non potesse evitarli,&nbsp; mentre&nbsp; il pennello rallentava sempre piu&rsquo; la sua corsa sulla tela.Non capivo cosa stesse succedendo. Certo la sensibilita&rsquo; di Alessio aveva individuato in Federigo un nemico, un antagonista, e c&rsquo;era in quegli sguardi la sfida animalesca per la difesa del territorio rappresentato da Clotilde. Ma c&rsquo;era qualcosa di piu&rsquo;, qualcosa di piu&rsquo; intenso che non riuscivo a comprendere, a riconoscere. Clotilde era come scomparsa, ridotta oramai solo all&rsquo;ombra della sua stessa voce mentre cercava disperatamente di attrarre l&rsquo;attenzione di Alessio. Anche Violante sembrava paralizzata da cio&rsquo; che stava succedendo. La guardai muovere lo sguardo ripetutamente da Federigo ad Alessio e quindi a Clotilde, riuscire a catturare solo l&rsquo;attenzione disperata di quest&rsquo;ultima che invocava, cantando, una spiegazione che Violante non sapeva dare.</p>
<p>Poi vidi le labbra di Federigo muoversi ripetendo le parole che Clotilde cantava:&nbsp;</p>
<p>Vedr&ograve; con mio diletto<br />l&#39;alma dell&#39;alma mia,<br />il cor di questo cor,<br />pien di contento&nbsp;</p>
<p>avvolgendo col suo sguardo lo sguardo rapito di Alessio che aveva oramai smesso di dipingere. Poi, all&rsquo;improvviso, vidi il volto di Alessio accendersi, gli occhi neri farsi piu&rsquo; grandi mentre le sue gote pallide si tingevano di fuoco.</p>
<p>Come se quello fosse il segno che tutti aspettavano successe l&rsquo;imprevisto. Clotilde scoppio&rsquo; a piangere e scappo&rsquo; via correndo, i musici smisero di suonare, Violante si alzo&rsquo; e si diresse furibonda verso la tela che scaravento&rsquo; a terra assieme ai pennelli, lancio&rsquo; un&rsquo;occhiata carica d&rsquo;odio a Federigo e quindi segui&rsquo; Clotilde.</p>
<p>Federigo raccolse uno dei pennelli e lo porse, sorridendo, ad Alessio il quale allungo&rsquo; la mano. Quando con le dita sfioro&rsquo; la mano di Federigo vidi nei suoi occhi una luce che riconobbi subito.</p>
<p>Era la luce negli occhi della buonanima di mia moglie quando mi vide la prima volta.</p>
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		<title>stravaganza 6</title>
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		<comments>http://www.suedive.com/2007/04/20/stravaganza-6/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 20 Apr 2007 08:48:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[stravaganza]]></category>

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		<description><![CDATA[(Capitoli Precedenti: 1, 2, 3, 4, 5) Rari sono i momenti, nella mortale vita di ogni uomo, in cui, per l&#8217;afflato d&#8217;un istante, gli affanni e i dolori dell&#8217;umana condizione, le miserie ed i mali del mondo vengono a scomparire e, per effetto di un velo misericordiosamente tolto, la grazia e la bellezza ci si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<span style="font-size: 95%">Capitoli Precedenti: <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza.html">1</a>, <a href="http://www.suedive.com/?p=207">2</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza-3.html">3</a>, <a href="http://www.suedive.com/?p=212">4</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/04/stravaganza-5.html">5</a>)</span>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Rari sono i momenti, nella mortale vita di ogni uomo, in cui, per l&rsquo;afflato d&rsquo;un istante, gli affanni e i dolori dell&rsquo;umana condizione, le miserie ed i mali del mondo vengono a scomparire e, per effetto di un velo misericordiosamente tolto, la grazia e la bellezza ci si presentano dinnanzi con una tale, subitanea forza ed una sublime prepotenza, che i nostri poveri cuori ne rimangono si colpiti da interrompere, arresi, il loro affannoso battito, per inginocchiarsi davanti all&rsquo;opera di Dio. </span> </p>
<div align="justify"> </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify">Ricordo quel primo pomeriggio di Aprile per il verificarsi di una di tali epifanie.</p>
<div align="justify">  </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Don Antonio e il suo gruppo di allieve si disposero alla sinistra della cappella, poco distanti da Violante la quale, inginocchiata e apparentemente in preghiera, si trov</span><span>&ograve;</span><span> cos</span>&igrave;<span> davanti al terzetto. Clotilde e una delle giovinette rimasero in piedi, mentre l&rsquo;altra si sedette su una delle panche dietro a quella su cui io sedevo. Don Antonio estrasse da una cartella di cuoio rosso alcuni fogli che dispose su un leggio, mentre una quarta allieva, poco pi&ugrave; di una bambina, annunciava il suo arrivo con un ticchettio leggero di passi sul marmo della navata. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>L&rsquo;ultima arrivata, le gote rosse per la corsa che aveva fatto per raggiungere il gruppo, estrasse da un astuccio nero un oboe e si posizion</span><span>&ograve;</span><span>, sotto lo sguardo severo di Don Antonio, accanto alla violinista. Passarono pochi istanti di perfetto silenzio durante i quali il prete pass</span><span>&ograve;</span><span> lo sguardo sui volti delle fanciulle, come a comunicare ordini silenziosi, prima di chiudersi, esso stesso, come in preghiera, ad occhi chiusi.</span></p>
<div align="justify"> </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Le mie parole non potranno mai descrivere ci&ograve; che le mie orecchie udirono e vorrei in questo momento che una qualche diavoleria mi permettesse di ricreare, su questa stanca pergamena, ci&ograve; che quelle vergini pure riuscirono a creare sotto la guida del loro maestro. <br />Don Antonio come risvegliato da un millenario torpore, mosse secco il braccio destro verso l&rsquo;alto, e le due ragazze iniziarono a suonare.</span></p>
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<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Ed io ascoltai un volo di note innalzarsi verso l&rsquo;alto e riempire lo spazio bianco creando una trama, un vortice, un continuum che mi rap&igrave; lo spirito portandolo in alto, verso l&rsquo;abside e pi&ugrave; su, verso l&rsquo;Altissimo.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Poi Clotilde cant</span><span>&ograve;</span><span>: una voce si soave e limpida, che era come se il piu&#39; dolce dei cherubini fosse sceso in terra per mostrarsi a me, umile peccatore. Quella voce sublime s&rsquo;innalzava, ripida, sul tappeto di note come un vessillo di guerra,  si posava leggera su di esse, come un mantello della pi&ugrave; pregiata seta d&rsquo;oriente e poi scendeva di nuovo sulla terra a carezzare le mie stanche membra, vibranti e commosse da cotanta maraviglia. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Indi si librava ancora, ed io la percepivo come soffio lieve, sul collo, e sentivo un calore improvviso che mi saliva dal petto e si univa a lei e con lei volava in alto, ed io con loro oltre i marmi, oltre le guglie, ancora una volta verso il cielo che mi accoglieva dimentico, per quella musica, dei miei peccati. Ad occhi chiusi seguivo quei gorgheggi, il loro avvilupparsi attorno alle note dei due strumenti, la loro fusione con questi in un crescendo che mi imperlava la fronte per quella sensualit&agrave; che traspariva, chiara, Dio mi perdoni, anche in quel luogo sacro. </span> </p>
<div align="justify"> </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Quando infine li aprii, scorsi Violante intenta a fissare, ricambiata, Clotilde. E per un attimo impercettibile fu come se nella cappella non ci fossero che loro, come se Clotilde non cantasse che per lei, Violante, che con le labbra tremanti seguiva le parole che uscivano dalla bocca della ragazza. E mi accorsi anche dell&rsquo;incredibile avvenenza della giovane donna, che fiera sembrava sfidare la complessit&agrave; del canto da cui era, essa stessa, rapita e fatta schiava ma nel contempo padrona assoluta, avvenenza che vedevo specchiata nello sguardo, sedotto ancorch&eacute; seducente, di Violante.</span></p>
<div align="justify"> </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Poi, all&rsquo;improvviso, Clotilde termin</span><span>&ograve;</span><span> di cantare. Le note dell&rsquo;oboe riempirono la cappella per alcuni attimi e infine il silenzio si riappropri&ograve; dello spazio e tutto ritorn</span><span>&ograve;</span><span> caduco e vuoto mentre l&rsquo;eco di quel miracolo lentamente si affievoliva. Scorsi ancora uno sguardo come d&rsquo;intesa tra la Marchesa e Clotilde, un muto ringraziamento della prima, un cenno impercettibile d&rsquo;assenso della seconda.</span></p>
<div align="justify">  </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Tanto bast</span><span>&ograve;</span><span>.</p>
<p>Due giorni dopo Clotilde fece il suo ingresso a Palazzo <span class="misspell">Belmonte</span> come giovanissima dama di compagnia della novella vedova.</span></p>
<div align="justify"> </div>
<p style="margin-bottom: 0in" class="western" align="justify"><span>Ed io ancora una volta fui cieco, ancora una volta non capii che anche quell&rsquo;evento, cos</span>&igrave;<span> apparentemente lontano da tutto ci&ograve; di cui ero stato testimone fino ad allora, faceva in realt&agrave; parte di un disegno pi&ugrave; grande, che presto avrebbe catturato nelle sue infide trame anche il mio bene pi&ugrave; caro.</span></p>
<p><strong>(continua)</strong></p>
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		<title>stravaganza 4</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2007 19:49:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[stravaganza]]></category>

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		<description><![CDATA[(Capitoli Precedenti: 1, 2, 3) I giorni che seguirono si dipingono nella mia mente con un susseguirsi di pennellate di colori diversi. Ancora stanotte, mentre alla luce sempre piu&#8217; fioca di questo lume, cerco di dare ordine alla sequenza degli accadimenti di quei giorni, mi maraviglio per la loro rapidita&#8217; e precisione, come se una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>(<span style="font-size: 95%">Capitoli Precedenti: <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza.html">1</a>, <a href="http://www.suedive.com/?p=207">2</a>, <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza-3.html">3</a>)</span>
<p><span>I giorni che seguirono si dipingono nella mia mente con un susseguirsi di pennellate di colori diversi. Ancora stanotte, mentre alla luce sempre piu&rsquo; fioca di questo lume, cerco di dare ordine alla sequenza degli accadimenti di quei giorni, mi maraviglio per la loro rapidita&rsquo; e precisione, come se una mano misteriosa e attenta fosse stata dietro tutto cio&rsquo; che si verificava.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il Marchese, insospettito dalle voci che salivano dalle calli come la nebbia d&rsquo;ottobre, mi rese partecipe di un piano per smascherare i due amanti.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il giorno seguente, all&rsquo;alba, si presento&rsquo; nella mia umile stanza e mi convinse ad indossare i suoi abiti e a recarmi in cotal guisa a Chioggia al posto suo. Lui si sarebbe celato nel mio studiolo, e li avrebbe aspettato tutto il giorno l&rsquo;arrivo di Federigo.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Inutili furono le mie proteste e i miei tentativi di dissuaderlo. Mentre in barca mi allonanavo in abiti non miei non potei far a meno di osservare l&rsquo;ombra della Marchesa, che mi spiava da dietro le ogive della sua stanza.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Passai la giornata in preda ad una strana bramosia. Nella mia mente facevo scorrere una dopo l&rsquo;altra le possibili scene a cui sapevo che non avrei mai assistito.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il Marchese non era a conoscenza del foro segreto nella mia stanza, ma attraverso le pareti non avrebbe avuto difficolta&rsquo; a sentire la presenza di Federigo. Sbrigai gli affari con meno perizia del dovuto, distratto com&rsquo;ero dai mille pensieri che mi offuscavano la mente. Poi, a notte fonda, rincasai.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Il palazzo era immerso in un silenzio sinistro. Notai l&rsquo;assenza di luce nella stanza del Marchese, e cio&rsquo; mi rincuoro&rsquo; in parte. Forse, dopotutto, nulla di quanto avevo previsto era accaduto. Forse il Marchese era ancora nella mia stanza, spossato per la vana attesa ma, misero ignaro, rincuorato per il mancato incontro clandestino.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Nella mia stanza trovai invece Agnese, la vecchia balia di famiglia. La povera donna scoppio&rsquo; in lacrime appena mi vide, e mi corse incontro gettandomi le braccia al collo:</span></p>
<p style="margin-left: 0.5in; text-indent: -0.25in" class="MsoNormal"><!--[if !supportLists]--><span></span><span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &#8211; Una tragedia, sior Severino, una tragedia! &ndash; pignucolava- Il padrone era una furia. Ha urlato che l&rsquo;avebbe ucciso con le sue mani. E in cuor<span>?  </span>mio ho temuto che lo facesse. Ah sior Severino&#8230;l&rsquo;avrebbe fatto, se solo Miraldo e Il Grigio non l&rsquo;avvessero trattenuto!</span></p>
<p style="margin-left: 0.5in; text-indent: -0.25in" class="MsoNormal"><!--[if !supportLists]--><span><span><span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &#8211; </span></span></span><!--[endif]--><span>Dunque li ha colti sul fatto?</span></p>
<p style="margin-left: 0.5in; text-indent: -0.25in" class="MsoNormal"><!--[if !supportLists]--><span><span><span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &#8211; </span></span></span><!--[endif]--><span>E come non avrebbe potuto? Che tragedia sior Severino mio&#8230;che tragedia! E dovevate vederla, quella donnaccia. Che sguardo, che faccia tosta! &ndash; Agnese non smetteva di piangere anche ora che a nominare Violante i suoi occhi si eran fatti piu&rsquo; rossi di rabbia. &ndash; L&rsquo;ha cacciata dal palazzo, ha detto che la fara&rsquo; tornare nella topaia da dove viene. E a lui, a quel demonio dal viso d&rsquo;angelo, ha promesso di far assaggiare la sua spada&#8230; &#8211; </span></p>
<p style="margin-left: 0.5in; text-indent: -0.25in" class="MsoNormal"><!--[if !supportLists]--><span><span>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; -</span></span><span>Su, su, Agnese, calmatevi, vedrete che tutto andra&rsquo; a posto. &ndash;</span></p>
<p style="margin-left: 0.5in; text-indent: -0.25in" class="MsoNormal"><!--[if !supportLists]--><span><span><span> &nbsp; &nbsp;&nbsp; -</span></span></span><!--[endif]--><span>Siete pazzo? Un duello per lavare l&rsquo;onta nel sangue&#8230;che il buon Dio salvi questa casa!</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Federigo se ne era andato, raccogliendo la sfida a duello che si sarebbe tenuta il sabato successivo. Violante avrebbe lasciato il palazzo il venerdi. Non riuscivo a immaginare come sarebbero passati i tre giorni che ancora ci separavano da quel Venerdi. E ancora una volta, la mia immaginazione fu superata dalla realta&rsquo;.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Quella stessa notte, quando oramai Agnese si era ritirata nelle sue stanze, mentre anche io mi preparavo a sonni poco tranquilli, udii un mesto sciabordiio nel canale, e vidi la solita barca nera confondersi con le acque sporche. Non riuscivo a credere ai miei occhi assonnati. Quell&rsquo;uomo era un pazzo, e Violante un&rsquo;imprudente. Come poteva la loro malsana passione spingerli a vedersi ancora dopo quello che era successo? Eppure li vidi. Vidi le loro bocche unirsi con foga inaudita, osservai le loro mani muoversi rapide a slacciare calzari e corsetto, udii i loro ansimanti desideri farsi voce e urlare il loro peccato e la loro inverecondia. E per me fu un&rsquo;altra notte di peccato.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>All&rsquo;alba fui svegliato dalle risa sommesse di Violante. Appoggiai l&rsquo;occhio sul foro nel mio armadietto, appena in tempo per carpire un casto baciamano, e ascoltai solo l&rsquo;ultima frase di Federigo: &#8211; Ricorda, due gocce.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La mia anima sara&rsquo; dannata per sempre per non aver compreso allora il significato di quelle parole, e a nulla vale addurre la stanchezza del viaggio o i peccati commessi quella notte come scusanti per la mia leggerezza, che mi impedi di fare qualsiasi cosa.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Quando il pomeriggio seguente venni convocato dal marchese per disporre dei preparativi al duello, il Maligno aveva gia&rsquo; colpito e per il Marchese le ore erano oramai contate. Quando lo vidi, capii subito che qualcosa di terribile era successo. Si trovava infatti a letto e sudava copiosamente, lamentando forti dolori al ventre. Disse di aver mangiato troppo, e che la vicenda della sera prima aveva fatto il resto. Lo convinsi a chiamare il medico, ma non riuscii a fargli cambiare idea sul duello che si sarebbe dovuto svolgere da li a due giorni.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Quando il cerusico mise piede a palazzo, la situazione era peggiorata. Il Marchese riusciva a malapena a parlare, stringeva i denti, ansimava, e larghe chiazze di sudore bagavano il suo letto. Violante sedeva al suo capezzale, e chiunque non avesse assistito al litigio del giorno precedente e non avesse saputo del tradimento, avrebbe giurato sulla fedelta&rsquo; e l&rsquo;amore di quella moglie che si disperava per l&rsquo;agonia del marito. Il dottor Cappon, un vecchio pedante ed ottuso, si limitava a correrre da una parte all&rsquo;altra del letto ora prendendo un polso, ora bagnando le tempie del povero marchese. Parlava degli influssi astrali, della dissolutezza dei costumi moderni, di come le troppe feste e i sempre piu&rsquo; ricchi banchetti uniti a una smodata attivita&rsquo; fisica (e qui guardava, con sguardo riprovevole ma concupiscente, Violante) riducessero gli uomini. Citava Paracelso e le sue teorie filosofiche ungendo il petto del Marchese di orrende poltiglie colore del mosto, mentre quest&rsquo;ultimo lo fissava con occhi accesi dal dolore e dall&rsquo;odio.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Poi, nel pomeriggio, tutto cesso&rsquo;. </span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Dopo aver emesso un orrendo rantolo soffocato, il Marchese spiro&rsquo;.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Guardai gli occhi privi di pieta&rsquo; di Violante e seppi: l&rsquo;avevano avvelenato davanti a me!</span></p>
<p><strong>(continua)</strong></p>
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		<title>stravaganza 2</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2007 21:18:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[stravaganza]]></category>

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		<description><![CDATA[&#60;&#60; stravaganza 1 Ma non lasciarti confondere, attento lettore, dalla forza delle mie odierne convinzioni, che&#8217;l tempo &#232; un grande tessitore, e gli eventi che all&#8217;occhio nostro appaiono come isolati quando ci si presentano davanti, solo a distanza di anni assumono la chiarezza del tessuto damascato Avessi avuto allora la capacita&#8217; di vedere l&#8217;orribil fine [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-size: 90%"><a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza.html">&lt;&lt; stravaganza 1<br /></a></span>
<p class="MsoNormal"><span>Ma non lasciarti confondere, attento lettore, dalla forza delle mie odierne convinzioni, che&rsquo;l tempo &egrave; un grande tessitore, e gli eventi che all&rsquo;occhio nostro appaiono come isolati quando ci si presentano davanti, solo a distanza di anni assumono la chiarezza del tessuto damascato</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Avessi avuto allora la capacita&rsquo; di vedere l&rsquo;orribil fine a cui quegli eventi avrebbero condotto!</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ma peccherei di superbia se dicessi d&rsquo;aver scorto, <span>&nbsp;</span>nella mia ritrosia di allora ad accettare quelle nozze maledette, qualcosa di piu&rsquo; della meschina ma forse normale gelosia di un uomo che ha dedicato la sua vita intera al suo padrone, e che all&rsquo;improvviso si trovi spodestato di parte delle responsabilita&rsquo; per cui un tempo a lui solamente si faceva affidamento.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E il demonio sa bene come sedurre anche il piu&rsquo; accorto degli uomini.&nbsp;</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La bellezza non era l&rsquo;unica qualita&rsquo; della nuova Marchesa di Belmonte. La sua intelligenza, la capacita&rsquo; di apprendere modi e maniere appropriati al nuovo rango, la gentilezza dietro cui abilmente venivano celati i fini piu&rsquo; bassi, sedussero infine, che Dio mi perdoni, anche me.<br />Dopo solo due mesi la trasformazione era completa: la figlia di Bartolo era morta per sempre lasciando il posto a Donna Violante di Belmonte. </span><span>E fu proprio il povero Bartolo il primo a pagare il prezzo di tale trasformazione.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Io stesso consegnai al vecchio padre una lettera della figlia in cui gli veniva chiesto, con parole che mai seppi, ma di cui conobbi le conseguenze, di non fare mai piu&rsquo; visita a palazzo. </span><span>E il</span><span> vecchio, che aveva in Violante l&rsquo;unica ragione di vita dopo la morte della moglie, non si oppose alla richiesta. Ma il dolore di quel distacco crudele e forzato, chissa&rsquo; come ottenuto, fece quello che la malattia della moglie non era riuscita a fare. Al suo funerale, Violante non mando&rsquo; neanche dei fiori.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Di fiori, invece, il palazzo era pieno. <br /> Donna Violante era un&rsquo; ospite accorta e devota; aveva cosi&rsquo; in breve tempo conquistato tutta la nobilta&rsquo; Veneziana, al punto che le feste a palazzo Belmonte diventarono il fulcro della vita sociale<span>&nbsp; </span>della citta&rsquo;. Poeti e ambasciatori, principi e musici, perfino il Doge in persona, tutti in citta&rsquo; facevano a gara per essere invitati. Dio perdoni l&rsquo;anima di questo povero vecchio, per esser stata testimone di tutti gli intrighi e i complotti che hanno condotto il mondo e Venezia al decadente stato in cui viviamo oggi.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Tutto accadeva sotto i miei occhi, che tuttavia non vedevano.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>La mia cecita&rsquo; fu tanto piu&rsquo; riprovevole quanto piu&rsquo; gli intrighi riguardavano le persone che ho amato di piu&rsquo; nella mia vita: il Marchese e il mio diletto Alessio. </span><span>Preso dalle riscossioni dei tributi a Chioggia, o dalle vendite di terreni a Nasso, non vedevo le azioni dal Male. </span><span>Non potevo vedere. E cosi&rsquo; quando una triste notte di Marzo fece ingresso a palazzo il Conte Federigo Della Spiga, cio&rsquo; che videro i miei occhi la mente non comprese. Non subito, almeno.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Era, Federigo, rampollo di una delle nobili famiglie Veneziane. Nobile la famiglia, e autentico il titolo. Rimasto orfano a vent&rsquo;anni, aveva oramai sperperato l&rsquo;intero patrimonio, faticosamente accumulato nei secoli dai suoi avi, con le donne, i dadi e chissa&rsquo; quali altre diavolerie. Si diceva a Venezia che in una notte avesse perduto il palazzo di famiglia, uno dei piu&rsquo; belli del Canal Grande e che da allora vivesse nei postriboli della Giudecca. Alto e magro, perennemente vestito di nero, portava Federigo parrucche di foggia e colori fuori dal comune, ed era l&rsquo;unico nobile veneziano, seppur decaduto, che non ricorresse mai a ciprie e belletti per schiarire la sua pelle. Ella era infatti naturalmente di un candore lunare, colore che contribuiva a conferire quell&rsquo;aspetto sinistro e spettrale per il quale il giovane era noto. Su quel volto bianco splendevano occhi color inchiostro, profondissimi e impossibili da evitare.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>E Violante non li evito&rsquo;.</span></p>
<p class="MsoNormal"><span>Ero intento a parlare al mio padrone quando il giovane Della Spiga fece il suo ingresso. Alla mia destra potevo vedere Donna Violante nascondere dietro al ventaglio di trine il viso sorridente a Monsignor Gabrieli; sollevando lo sguardo in direzione del cortile lo vide entrare. E i suoi occhi, per un istante di cui io fui il solo testimone, si accesero di una nuova luce, una luce che avrei rivisto solo un&rsquo;altra volta negli occhi di qualcuno al cospetto di Federigo: negli occhi di mio figlio.</span></p>
<p class="MsoNormal"><strong>(continua)&nbsp;</strong></p>
<p><span style="font-size: 80%">stravaganza: <a href="http://cimari.blogspot.com/2007/03/stravaganza.html">1</a><br /></span></p>
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		<title>uno</title>
		<link>http://www.suedive.com/2005/11/27/uno/</link>
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		<pubDate>Sun, 27 Nov 2005 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Percepisce la sua presenza prima ancora di vederlo, come una vibrazione dell’aria provocata da uno strumento sconosciuto; come il chiarore di una candela in una stanza buia. Il breve tratto che porta alla sala dove sono i tavoli e’ stretto e angusto. Scuro e carico di fumo. Procede lentamente, schiacciato dagli studenti che aspettano. Rumorosi. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Percepisce la sua presenza prima ancora di vederlo, come una vibrazione dell’aria provocata da uno strumento sconosciuto; come il chiarore di una candela in una stanza buia.<br />
Il breve tratto che porta alla sala dove sono i tavoli e’ stretto e angusto. Scuro e carico di fumo. Procede lentamente, schiacciato dagli studenti che aspettano. Rumorosi.</p>
<p>All’improvviso il bagliore.</p>
<p>Ancora oggi non ricorda cosa ha attratto la sua attenzione. Il biancore dei denti forse, oppure la pelle, sottile e tesa sullo sterno magro che intravede attraverso l’apertura sbottonata della camicia a quadri. La mano destra che regge una pinta, le dita magre della sinistra su cui una sigaretta sembra appena appoggiata.<br />
Il movimento lento e misurato della testa, come al rallentatore, leggermente rovesciata all’indietro nell’atto del ridere.<br />
Ecco, forse e’ quel movimento che lo cattura, come il movimento della lenza del pescatore cattura il pesce d’acqua dolce.<br />
Leggermente rovesciata all’indietro, nell’atto di muoversi in avanti.<br />
Sorriso, movimento, sguardo.<br />
Incontra i suoi occhi.<br />
Da dietro lentamente in avanti.</p>
<p>LUCE.</p>
<p>Ecco quello e’ il momento.</p>
<p>Da ora in poi niente sara&#8217;  più come prima.</p>
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		<title>l&#8217;altra</title>
		<link>http://www.suedive.com/2005/09/16/laltra/</link>
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		<pubDate>Fri, 16 Sep 2005 15:03:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
				<category><![CDATA[racconti]]></category>

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		<description><![CDATA[Il portone di legno era davanti a lei, sul lato opposto della strada. Muto. L’altra era appena entrata sbattendolo dietro di se, chiudendola fuori. Rimase in attesa per alcuni minuti sotto il lampione, meditando nell’aria gelida e densa di smog la sua prossima mossa. Era stato tutto molto improvviso, quasi un sogno. Aveva desiderato per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il portone di legno era davanti a lei, sul lato opposto della strada. Muto.<br />
L’altra era appena entrata sbattendolo dietro di se, chiudendola fuori. Rimase in attesa per alcuni minuti sotto il lampione, meditando nell’aria gelida e densa di smog la sua prossima mossa.<br />
Era stato tutto molto improvviso, quasi un sogno.<br />
Aveva desiderato per anni scappare da Roma. Andarsene, sola, per qualche giorno, lontano da tutti, dal lavoro, da sua madre, da Marco. In una citta&#8217; che non conosceva, per mescolarsi tra la folla e sparire.<br />
Finalmente quattro giorni di ferie.<br />
Aveva comperato un biglietto per il nord. Marco non era stato felice. Sarebbe voluto andare con lei. Ma Marco non discuteva mai. Con apatica rassegnazione l’aveva accompagnata alla stazione. Il bacio che le aveva dato era uno dei più freddi che avesse mai ricevuto. Erano come fratelli.<br />
Il viaggio era stato meno lungo del previsto. Non importava se il nome della citta&#8217; era diverso da quello stampato sul biglietto. La sua non era una destinazione, era un rifugio. Così si sentiva più libera.<br />
La pensione in cui si fermò non era molto distante dal centro. L’aveva scelta per il colore della camicetta della receptionist. Verde muschio. Anche le poltrone del salottino d’attesa erano verde muschio, di velluto. Le pareti invece rosa antico.<br />
Era salita in camera e si era buttata sul letto. Le braccia aperte come il crocefisso appeso. Marco non le aveva fatto domande circa il suo improvviso cambiamento di destinazione. Tipico. Quell’uomo non si stupiva per nulla. Si era limitato a ripeterle che le voleva bene e che Lunedì sarebbe stato alla stazione, ad aspettarla.<br />
Aveva fatto una doccia per liberarsi dell’odore del treno e dell’idea di Marco che la aspettava. Poi era uscita. La citta&#8217; sembrava in fermento. Si muoveva intorno a lei una massa informe di visi, cappotti, profumi e discorsi spezzati. Una donna grassa trascinava il figlio in lacrime per un polso. Due signori distinti, due avvocati pensò, sghignazzavano aspirando sigari speziati. Il saltimbanco aveva radunato intorno decine di spettatori interessati all’ennesimo trucco da baraccone.<br />
L’altra apparve all’improvviso tra la folla. Portava un paio di pantaloni di flanella grigia, una giacca di pelliccia. Era identica a lei. La sua immagine riflessa in uno specchio. Sembrava avesse fretta di allontanarsi dalla promiscuita&#8217; opprimente della strada. Per un attimo credette di perderla. Accelerò il passo. L’altra camminava in fretta, dieci metri almeno più avanti. Navigava tra la folla. Non sapeva se era stata vista a sua volta. Credeva di no e comunque questo non era importante. Almeno per ora. La vide entrare in un bar. Con la mano indicò un dolce alla crema. Il suo preferito. Pagò ed uscì. Un impulso improvviso. Entrò anche lei, si diresse dallo stesso barista. Un giovane bruno dalle spalle troppo larghe a sostenere un viso troppo ingenuo. Lui sorrise. Lei indicò il dolce alla crema.<br />
- Ha molta fame vero? &#8211; scherzò il giovane. La prova le costò cara. All’uscita l’altra era scomparsa tra la gente.<br />
Tornò alla pensione delusa e stanca. C’era un’altra receptionist. Se avesse visto lei la mattina non avrebbe preso la stanza. Forse per questo la mettevano la sera. Portava un vestito pervinca ed un filo di perle coltivate.<br />
Marco l’aveva chiamata.<br />
Era stato un errore dargli il numero di telefono. Si addormentò pensando all’altra. Chissa&#8217; se era sola o tra le braccia di un uomo.<br />
Il mattino dopo fu svegliata dallo scalpiccio delle donne delle pulizie sul corridoio. Doveva essere molto tardi. Si vestì in fretta. In centro assaporò più del giorno prima quel potersi mescolare tra le persone divenendo un tutt’uno con loro pur preservando la propria identita&#8217;.<br />
C’era un bel sole. Caldo. Camminò fino a mezzogiorno. Quando ormai iniziava a sentire fame si ritrovò davanti al bar dove la sera prima aveva visto l’altra. Per caso. Il barista giovane sembrò riconoscerla. O forse no. Lei comunque sorrise indicando un tramezzino. Tonno e pomodori. La strada ora era semideserta. Sentiva i rumori delle case. Le case parlavano dei loro padroni, delle loro vite fatte di cibo e telegiornali. Sbocconcellando il tramezzino avvicinava il naso alle vetrine. Guardava i vestiti. Li provava con la mente. Quel maglione costava troppo.<br />
Entrò in una libreria. Aveva imparato ad amare i libri. Ne amava la forma, i colori, l’odore della carta stampata di fresco. Nell’aria c’era Bach. Le variazioni forse. Si avvicinò ad uno scaffale. Ad occhi chiusi assaporava il contatto con la carta, con l’impercettibile rilievo dei caratteri impressi.<br />
Il rumore della porta che si apriva la distolse dai suoi pensieri.<br />
Allora la vide. L’altra era lì quando era entrata. Aveva acquistato qualcosa ed ora era appena uscita. Contò fino a dieci. Così le aveva insegnato a fare suo nonno da bambina. Bisogna saper aspettare per gustare meglio ciò che si desidera. Suo nonno era saggio prima della malattia. Poi l’avevano rinchiuso in un ospizio per vecchi dementi. Quando sua madre parlava della malattia del nonno lo faceva usando la maiuscola; “Malattia” diceva.<br />
Usci sulla strada. L’altra era in fondo, girava sulla destra.<br />
La seguì. Cercava di tenersi a distanza. Non voleva che lei si accorgesse. Doveva vederle il viso doveva essere sicura che fosse lei, la sua sosia, l’altra se stessa che viveva una vita parallela, diversa ma identica alla sua. Imboccò un vicolo a sinistra ed iniziò a correre. Doveva riuscire a compiere il giro dell’isolato prima che l’altra fosse giunta alla fine dello stesso. Cosi l’avrebbe vista in volto. Il sangue le martellava le tempie, le gambe sembravano abbandonarla. Pochi metri la separavano dall’angolo. Dalla scoperta. Rallentò. L’altra era ferma a meta&#8217; dell’isolato. Con le chiavi in mano cercava quella giusta. Aprì, scivolò all’interno, lasciò sbattere il portone.<br />
Questo era il sogno. Anzi, era la realta&#8217; più strana di qualsiasi sogno.<br />
Rimase alcuni minuti sotto il lampione, davanti al portone che aveva inghiottito la ragazza. Fissava la targa d’ottone. Lucida. Da quella distanza non riusciva a focalizzarne la scritta. Immaginava però di un qualche studio legale. O magari un architetto. A fianco, più vicino all’architrave la schiera dei citofoni. Attratta dal gioco di luce provocato dai raggi del sole sulla targa si avvicinò. Studio legale Cianfaldoni. Il portone non era completamente chiuso. Spinse lentamente. C’era un odore stantio di muffa e umidita&#8217;. Sulla sinistra la gabbia metallica dell’ascensore le ricordava la prima volta che era stata allo zoo. Il leone non l’aveva impaurita. Il guardiano con i baffi alla Stalin si. L’uomo era la bestia, gli animali le povere vittime.<br />
Salì le scale lentamente, passando la mano sul corrimano di legno di faggio. Era liscio al tatto, piacevole. Altre mani, altre storie erano passate su quel legno. Ne avevano smussato anche le più microscopiche asperita&#8217;. Al quarto piano si fermò. La targhetta sulla porta diceva “ Cloe Ricciardi ”. Il suo nome. La testa le pulsava. Martellanti i pensieri si affacciavo dalle pieghe del cervello. Si accalcavano l’uno sull’altro precludendosi a vicenda uno sbocco verso l’esterno.<br />
Allunga una mano Cloe Ricciardi verso il pulsante che porta il suo nome, il campanello di una casa che non è la sua, in una citta&#8217; che non è quella in cui ha vissuto fino a due giorni fa. Qualcuno si muove all’interno. Sente dei passi sul parquet. Felpati.<br />
La porta si apre lentamente. Passano miliardi di secondi prima che sia aperta del tutto. La luce che filtra attraverso, sempre più densa rischiara il volto che ha davanti. Il suo volto riflesso in uno specchio.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Non carica mai la sveglia il pomeriggio. I suoi sensi anestetizzati dal tepore del riposo avvertono lo scorrere delle ore. Così Cloe emerge lentamente da quel bagno di sogno che riesce a ritagliarsi ogni giorno dalle due alle tre. Oggi la risalita è stata più repentina del solito. Seduta sul letto Cloe ricorda il sogno appena sfumato. Un’altra se stessa. Un’altra donna con il suo stesso nome, il suo stesso viso, la sua stessa storia. Ricorda che è scappata dalla routine dall’uomo che le voleva portare via la vita. Si chiama Marco. Anche lui.<br />
Si alza. La giacca da camera che indossa nell’intimita&#8217; del suo appartamento l’avvolge e la vizia. Nulla è più eccitante del proprio calore riflesso da un morbido tessuto di cachemire. Poggia il naso al vetro gelido della finestra. L’altra nel sogno era appostata sotto il lampione. Ora la strada è vuota. Un cane cammina immerso nei suoi pensieri randagi. D’un tratto si ferma. Annusa l’aria ghiacciata. Alza la zampa e con somma perizia canina informa coloro che in seguito passeranno di li che quello è il suo lampione. Prosegue poi trafelato fino a sparire nella nebbia del pomeriggio.<br />
Cloe sorride sorniona. Chissa&#8217; se il cane ha sentore dei sogni degli uomini. Forse col suo gesto non segna la sua proprieta&#8217; ma indica agli umani i luoghi dove sostano i personaggi delle loro storie oniriche.<br />
Il sogno l’ha decisa. Chiamera&#8217; Marco per rispondere alla sua domanda di matrimonio. Come? Con un no naturalmente. La sua liberta&#8217; è troppo importante per dividerla con un uomo che riesce solo a farla godere quando sono a letto insieme. Talvolta.<br />
L’altra, quella del sogno, le ha insegnato come deve fare, scappare da lui. Rifugiarsi in se stessa, cambiare per rimanere quella che è.<br />
Cloe ride e piange insieme. Le sue lacrime le rigano il volto accaldato e liscio. Oggi diventa l’altra. Oggi è un’altra. Bisogna brindare.<br />
Il frigorifero è vuoto. Solo un succo di pesca; e allora vada per il succo. Ghiacciato le scorre in gola e le ricorda, per una sorta di contrappasso, il grumo di sangue quasi coagulato che le scendeva da bambina quando la fragilita&#8217; capillare la costringeva a bagnarsi i polsi per poi rimanere col naso all’insù fino alla sensazione di quel grumo caldo. In quei momenti si sentiva una cannibale di se stessa. Proprio come ora che ha fagocitato il suo io onirico prendendone la forza.<br />
Suonano alla porta. Cloe percorre il soggiorno. I suoi passi sul parquet. Felpati.<br />
Apre la porta, lentamente. Passano miliardi di secondi prima che sia aperta del tutto. La luce filtra attraverso, sempre più densa rischiara il volto che ha davanti. Il suo volto riflesso in uno specchio.</p>
<p align="center">***</p>
<p>Una settimana fa una ragazza romana, Cloe Ricciardi, è scomparsa nel nulla. Nessuno ha avuto più notizie di lei dalla sera di martedì diciassette Novembre. L’ultimo che ha sentito la sua voce è il suo compagno. La ragazza si trovava in una citta&#8217; del nord Italia il cui nome ha poca importanza se non per il fatto che nella stessa citta&#8217; , nello stesso giorno un’altra giovane donna con lo stesso nome ha lasciato sparire le sue tracce.</p>
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		<title>viaggio in una notte di fine agosto</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Aug 2005 15:46:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Henry</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Amava molto viaggiare di notte. In particolare durante le notti di luna piena, quando tutto il paesaggio assumeva un aspetto magico e si trasfor­mava nel mondo fatato che aveva sognato da bambino. In quei momenti, a bordo della piccola utilitaria, si sentiva come Oberon, il Re delle fate, in viaggio nelle terre degli elfi, degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Amava molto viaggiare di notte.<br />
In particolare durante le notti di luna piena, quando tutto il paesaggio assumeva un aspetto magico e si trasfor­mava nel mondo fatato che aveva sognato da bambino.<br />
In quei momenti, a bordo della piccola utilitaria, si sentiva come Oberon, il Re delle fate, in viaggio nelle terre degli elfi, degli gnomi e dei dispet­tosi folletti.<br />
Alcune volte, sospinto da un bisogno dell&#8217;anima, si arrischiava un po’ più; spenti allora i fari dell’auto lanciata in corsa si lasciava guidare solo dalla luce azzurrata della luna, e la strada appariva ai suoi occhi come la scia di una qualche gigantesca lumaca passata in quei luoghi secoli prima. Nell&#8217;asfalto rilucevano mille diamanti, gli alberi e i cespugli erano solo ombre color cobalto incontro al cielo stellato, dipinte con somma perizia da chissa&#8217; quale magica mano. L&#8217;unico suono era quello del vento contro l&#8217;auto, e po­teva accadere che un uccello notturno, un gufo, oppure un candido bar­bagianni, scambiasse quel frusciare leggero per il volo di una compagna e volteggiasse in cerca d&#8217;amore davanti ai suoi occhi.<br />
Anche il suo spirito era in cerca di qualcosa, pur non sapendo bene cosa; come un&#8217;antenna in quei momenti era pronto a captare ogni luce, ogni minimo suono che la notte avrebbe trasmesso, di questo era certo, solo per lui.<br />
In quelle notti non si sentiva solo, o forse la sua solitudine riusciva a stemperarla meglio, confondendone i contorni nella profondita&#8217; del silen­zio che c’era intorno.<br />
Quella però non era una notte come le altre. L&#8217;auto sfrecciava più veloce; docile ai suoi comandi scivolava con leggerezza sul fondo reso più levigato da una pioggia sottile che aveva rinfrescato l&#8217;aria afosa di fine Agosto.<br />
La sua mente aveva faticato a raggiungere quella pace che i viaggi notturni avrebbero dovuto darle; era come tesa, in ascolto, a perce­pire qualcosa, un presagio forse, che i sensi anestetizzati dalla stanchezza e da una strana, ma sempre benvenuta tri­stezza non avvertivano.<br />
Era intanto giunto sulla sommita&#8217; di una salita e davanti a lui si srotolava un lungo pendio, un rettilineo di mezzo chilometro, tra due schiere di plata­ni, che gli avrebbe dato la possibilita&#8217; di accelerare quel tanto necessario per affrontare la curva che veniva subito dopo con il pizzico di oscuro pericolo che costituiva la parte essenziale della vita di un Re delle fate.<br />
A meta&#8217; discesa, quando fu certo di mantenere una velocita&#8217; consistente, spense il motore e i fari; quindi si immerse nel regno della luna d&#8217;argento, come chiamava quella zona franca che col tempo aveva costruito tra la sua mente e il mondo esterno.<br />
Arrivato alla curva vide la luce.<br />
Fu un lampo, un istante; l&#8217;auto rimbalzò contro un platano, si girò, invase la strada, si volse di nuovo, piroettò come una danzatrice impazzita e, infine si schiantò contro un secondo albero.<br />
Ora regnava soltanto la muta luce delle stelle dell’Orsa maggiore.<br />
- Sto bene &#8211; pensava.<br />
- Ora mi alzo, mi rimetto al volante e torno a casa &#8211; .<br />
Qualcosa, un pensiero remoto, invase la sua mente con la forza di una folla eccitata.<br />
La luce che aveva visto.<br />
Riuscì ad alzarsi. Un rivolo caldo scendeva lungo la tempia; vischioso.<br />
Sentiva i capelli bagnati del proprio sangue, farsi più duri, incollandosi gli uni agli altri.<br />
La luce ora gli pareva più accesa. Era difficile riuscire a tenere gli occhi aperti. Gli ricordava la scena di un film che aveva visto anni addietro. Una stanza, un bambino, e una luce accecante che filtrava da una porta.<br />
Poi il bambino, se non ricordava male, aveva aperto quella porta. In quell’istante decise che anche lui voleva farlo. Voleva vedere quello che il bambino aveva visto.<br />
Dalla luce, dentro alla luce, apparve qualcosa.<br />
All&#8217;inizio non riuscì a percepire cosa, poi si accorse che era un uomo, o meglio, qualcosa che di un uomo aveva le sembianze. Appena fu a pochi passi da lui dovette però ricredersi: quell&#8217;essere non aveva nulla di umano.<br />
Era un angelo forse, o un extrater­restre, oppure un folletto evocato, chissa&#8217; come, dalle sue fantasie.<br />
Era alto come lui, gli occhi due fessure di fuoco, il corpo avvolto da una strato di luce opalescente, gialla e argento.<br />
Cominciò a parlare, e la sua voce era musica, era il suono delle arpe e il ronzio delle api in un giorno d&#8217;estate cuciti insieme, era il silenzio dei mantra tibetani, il canto delle donne che mietono il grano, le urla dei bambini all’uscita da scuola.<br />
Erano venuti per lui, stava dicendo, perché con loro avrebbe visto la luce e, finalmente avrebbe capito e trovato la pace che cercava.<br />
E mentre ascoltava vedeva sbocciare i fiori e, inebriato dai loro profumi assisteva a mille metamorfosi del suo interlocutore.<br />
Ora era un angelo, ora un demonio, una fata, un marziano, e poi Puck il folletto, e poi Pan con il flauto e le gambe di capretto, e Oberon in per­sona, e infine il suo doppio, un altro se stesso che parlava a lui come si parla alla propria immagine riflessa in uno specchio.<br />
Erano venuti per lui, e lui doveva partire con loro, il suo doppio avrebbe preso il suo posto sulla terra, &#8211; Come nei film anni cinquanta sui marziani -, pensò divertito.<br />
Cosa voleva fare? Cosa, se non andare.<br />
Si diresse così verso la luce che ora si faceva più bianca e invitante, men­tre il suo doppio, colui che era un Dio e un folletto insieme, prese il suo posto accanto a ciò che rimaneva dell&#8217;auto.<br />
Riuscì a malapena a vederlo, mentre spariva nel mondo della luce, con il capo reclinato in una pozza di liquido scuro.</p>
<p>Chiunque l&#8217;avrebbe scambiato per lui.</p>
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