stravaganza 10

(Capitoli Precedenti: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9)

Vedrò con mio diletto
l'alma dell'alma mia,
il cor di questo cor,
pien di contento.
E se dal caro oggetto,
lungi convien che sia
sospirerò penando
ogni momento.
 
Giustino (1724) – A. Vivaldi
Atto Primo, Scena Settima 

 

Ho lasciato che ore si sommassero a ore, giorni a giorni, come a desiderare di non dovermi mai addentrare in questa parte di storia, che cosi’ direttamente mi ha toccato e che, fino a qualche giorno fa non ho mai capito veramente. Poi ho trovato il diario di Alessio e solo allora tutto e’ divenuto chiaro.

Ricordo, del giorno del ritratto, ogni dettaglio, ogni colore e battito di ciglia, ma su tutto, piu’ che gli sguardi degli amanti novelli e delle anime infelici protagoniste di quel pomeriggio, nella mia mente si ergono le parole che Violante stessa mise sulle labbra della giovane Clotilde, l’innamorata Clotilde, la sorridente, l’innocente, la povera Clotilde: le parole d’un aria che Don Vivaldi aveva fatto ascoltare tempo prima alla marchesa e di cui, ella, aveva subito intuito la potenza seduttrice, senza pero’ immaginare come, quelle parole, contenessero in loro un presagio del proprio destino.

Aveva presenziato essa stessa ai preparativi, curando ogni dettaglio, come se stesse mettendo in scena un’opera dal cui successo dipendesse la sua stessa vita. Aveva fatto preparare, sul retro del giardino di palazzo Belmonte, un angolo per il terzetto d’archi che avrebbe accompagnato la voce di Clotilde. Alla sinistra della pedana di legno su cui si sarebbero esibiti I musici, sotto l’ombra gentile del salice piangente, aveva fatto disporre una grande tela bianca, posta in modo tale che il pittore avrebbe mostrato poco piu’ che un terzo del viso a Clotilde,  che invece si sarebbe trovata davanti gli occhi magnetici di Federigo e, piu’ indietro, quelli rapaci d’ella stessa
Quando all’ora pattuita io ed Alessio arrivammo in giardino, Clotilde, rossa in volto, cercava di sfuggire a Violante che ridendo la inseguiva girando attorno al salice. Le risa argentine della giovane, le mani ad aprirsi il varco tra le fronde, cessarono nell’attimo esatto in cui i suoi occhi incontrarono quelli di Alessio.

- Marchesa Belmonte, signorina Clotilde – Alessio si inchino’ alla presenza delle due donne.
- Vi stavamo aspettando, Alessio – anche Violante si era fatta seria – ecco la vostra tela ed i pennelli. Il Conte arrivera’ fra breve. Potete intanto iniziare a tracciare i contorni del giardino che fara’ da sfondo. Federigo desidera essere immortalato in mezzo al verde, non ama i ritratti al chiuso e si aspetta da voi grandi cose.
- Faro’ del mio meglio marchesa. 

Mi stupiva sempre osservare la grazia e la leggiadria di Alessio. La leggerezza dei suoi gesti, la lentezza esasperata di ogni movimento delle dita magre, la piega perennemente imbronciata delle labbra che sapeva trasformarsi nel piu’ luminoso e sincero dei sorrisi, i lunghi capelli neri che scendevano ribelli sulla fronte bianchissima e ne incorniciavano il volto; non mi stupiva vedere Clotilde pendere completamente dalle sue labbra. Anche ora che lo sguardo, serio e carico di tensione, tradiva la concentrazione con la quale si preparava a compiere il lavoro che gli era stato assegnato, cosciente delle aspettative che sulla sua arte erano poste dal committente, Alessio irradiava una luce particolare. Clotilde lo osservava in silenzio. Alessio le si avvicino’ e le sussurro’ qualcosa all’orecchio. La ragazza abbasso’ lo sguardo ed abbozzo’ un sorriso, immediatamente catturato da Violante, che con un gesto imperioso della mano fece cenno ai musici di disporsi ai loro posti. Poi, avvicinatasi a Clotilde, le poso’ una mano sulla schiena mentre con l’altra le sistemava i capelli, scomposti dalle schermaglie al cui ultimo atto avevamo assistito. Poi la prese per mano e la condusse al centro del piccolo palco di legno, le sfioro’ il viso con un dito e la bacio’ all’angolo sinistro della bocca con una naturalezza che mi fece trasalire per sensualita’. 

- Dunque sono in ritardo ! – Federigo era arrivato in silenzio con passo felino, quasi apparso dal nulla, completamente vestito di nero come era solito fare, con I capelli corvini sciolti sulle spalle a fondersi con la cappa lunga fino a terra. Getto’ il tricorno tra l’erba e si avvicino’ a Violante baciandole la mano.
- Stavamo appunto preoccupandoci per voi caro Federigo – menti’ Violante – permettetemi di presentarvi l’artista che tramandera’ il vostro bel volto ai posteri; Alessio, il figlio del nostro fedele Severino. 

Sentendosi nominare Alessio sollevo’ lo sguardo dalla tela ed incontro’ gli occhi di Federigo. Questi allungo’ la mano ad accogliere quella di Alessio, che abbozzo’ un sorriso che si spense immediatamente sulle sue labbra rosa pallido in risposta all’occhiata profonda con la quale Federigo lo scruto’. Vidi il sopracciglio nero del conte sollevarsi impercettibilmente e per un attimo mi parve che l’aria si fosse come fermata. Non fui l’unico evidentemente ad accorgermi della tensione improvvisa che si era venuta a creare:

- E naturalmente vi ricordate di Clotilde – disse infatti, Violante.
- Naturalmente, come dimenticare un cosi’ fresco fiore –

Il vento riprese a soffiare tra i rami del salice mentre Federigo si inchinava in un profondo baciamano che la giovane accolse con un timido sorriso. Pensai che Alessio, per quanto ancora giovane e insesperto, avesse fiutato il pericolo che il Conte rappresentava per la felicita’ sua e della sua giovane amica.

Violante era radiosa, perfettamente padrona della situazione, osservava il triangolo che lei stessa aveva creato a suo proprio vantaggio. Batte’ le mani dando cosi’ inizio alla seduta di pittura e alla musica. 

 

Clotilde inizio’ a cantare, Alessio a dipingere. Ma da subito intuii che c’era c’era qualcosa di sbagliato nell’aria, qualcosa di imprevisto, qualcosa di cui io, che conoscevo Alessio,  e Violante,  che conosceva Federigo e Clotilde, ci accorgemmo subito.

Clotilde cantava e la sua voce, i suoi sguardi, le parole che pronunciava erano tutti per Alessio, il quale sembrava essere fuori dal tempo, lontano da quel giardino, immerso nella sua arte e negli occhi di Federigo che, anziche’ dedicarsi a Clotilde,  non lo lasciavano per un istante.
Mi accorsi che tra i due era inizato un dialogo silenzioso. Mi accorsi di come Alessio non riuscisse a sostenere lo sguardo di Federigo ma tornasse ripetutamente a immergersi nella profondita’ dei suoi occhi neri, come se non potesse evitarli,  mentre  il pennello rallentava sempre piu’ la sua corsa sulla tela.Non capivo cosa stesse succedendo. Certo la sensibilita’ di Alessio aveva individuato in Federigo un nemico, un antagonista, e c’era in quegli sguardi la sfida animalesca per la difesa del territorio rappresentato da Clotilde. Ma c’era qualcosa di piu’, qualcosa di piu’ intenso che non riuscivo a comprendere, a riconoscere. Clotilde era come scomparsa, ridotta oramai solo all’ombra della sua stessa voce mentre cercava disperatamente di attrarre l’attenzione di Alessio. Anche Violante sembrava paralizzata da cio’ che stava succedendo. La guardai muovere lo sguardo ripetutamente da Federigo ad Alessio e quindi a Clotilde, riuscire a catturare solo l’attenzione disperata di quest’ultima che invocava, cantando, una spiegazione che Violante non sapeva dare.

Poi vidi le labbra di Federigo muoversi ripetendo le parole che Clotilde cantava: 

Vedrò con mio diletto
l'alma dell'alma mia,
il cor di questo cor,
pien di contento 

avvolgendo col suo sguardo lo sguardo rapito di Alessio che aveva oramai smesso di dipingere. Poi, all’improvviso, vidi il volto di Alessio accendersi, gli occhi neri farsi piu’ grandi mentre le sue gote pallide si tingevano di fuoco.

Come se quello fosse il segno che tutti aspettavano successe l’imprevisto. Clotilde scoppio’ a piangere e scappo’ via correndo, i musici smisero di suonare, Violante si alzo’ e si diresse furibonda verso la tela che scaravento’ a terra assieme ai pennelli, lancio’ un’occhiata carica d’odio a Federigo e quindi segui’ Clotilde.

Federigo raccolse uno dei pennelli e lo porse, sorridendo, ad Alessio il quale allungo’ la mano. Quando con le dita sfioro’ la mano di Federigo vidi nei suoi occhi una luce che riconobbi subito.

Era la luce negli occhi della buonanima di mia moglie quando mi vide la prima volta.


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