stravaganza 6
(Capitoli Precedenti: 1, 2, 3, 4, 5)
Rari sono i momenti, nella mortale vita di ogni uomo, in cui, per l’afflato d’un istante, gli affanni e i dolori dell’umana condizione, le miserie ed i mali del mondo vengono a scomparire e, per effetto di un velo misericordiosamente tolto, la grazia e la bellezza ci si presentano dinnanzi con una tale, subitanea forza ed una sublime prepotenza, che i nostri poveri cuori ne rimangono si colpiti da interrompere, arresi, il loro affannoso battito, per inginocchiarsi davanti all’opera di Dio.
Ricordo quel primo pomeriggio di Aprile per il verificarsi di una di tali epifanie.
Don Antonio e il suo gruppo di allieve si disposero alla sinistra della cappella, poco distanti da Violante la quale, inginocchiata e apparentemente in preghiera, si trovò così davanti al terzetto. Clotilde e una delle giovinette rimasero in piedi, mentre l’altra si sedette su una delle panche dietro a quella su cui io sedevo. Don Antonio estrasse da una cartella di cuoio rosso alcuni fogli che dispose su un leggio, mentre una quarta allieva, poco più di una bambina, annunciava il suo arrivo con un ticchettio leggero di passi sul marmo della navata.
L’ultima arrivata, le gote rosse per la corsa che aveva fatto per raggiungere il gruppo, estrasse da un astuccio nero un oboe e si posizionò, sotto lo sguardo severo di Don Antonio, accanto alla violinista. Passarono pochi istanti di perfetto silenzio durante i quali il prete passò lo sguardo sui volti delle fanciulle, come a comunicare ordini silenziosi, prima di chiudersi, esso stesso, come in preghiera, ad occhi chiusi.
Le mie parole non potranno mai descrivere ciò che le mie orecchie udirono e vorrei in questo momento che una qualche diavoleria mi permettesse di ricreare, su questa stanca pergamena, ciò che quelle vergini pure riuscirono a creare sotto la guida del loro maestro.
Don Antonio come risvegliato da un millenario torpore, mosse secco il braccio destro verso l’alto, e le due ragazze iniziarono a suonare.
clicca qui
Ed io ascoltai un volo di note innalzarsi verso l’alto e riempire lo spazio bianco creando una trama, un vortice, un continuum che mi rapì lo spirito portandolo in alto, verso l’abside e più su, verso l’Altissimo.
Poi Clotilde cantò: una voce si soave e limpida, che era come se il piu' dolce dei cherubini fosse sceso in terra per mostrarsi a me, umile peccatore. Quella voce sublime s’innalzava, ripida, sul tappeto di note come un vessillo di guerra, si posava leggera su di esse, come un mantello della più pregiata seta d’oriente e poi scendeva di nuovo sulla terra a carezzare le mie stanche membra, vibranti e commosse da cotanta maraviglia.
Indi si librava ancora, ed io la percepivo come soffio lieve, sul collo, e sentivo un calore improvviso che mi saliva dal petto e si univa a lei e con lei volava in alto, ed io con loro oltre i marmi, oltre le guglie, ancora una volta verso il cielo che mi accoglieva dimentico, per quella musica, dei miei peccati. Ad occhi chiusi seguivo quei gorgheggi, il loro avvilupparsi attorno alle note dei due strumenti, la loro fusione con questi in un crescendo che mi imperlava la fronte per quella sensualità che traspariva, chiara, Dio mi perdoni, anche in quel luogo sacro.
Quando infine li aprii, scorsi Violante intenta a fissare, ricambiata, Clotilde. E per un attimo impercettibile fu come se nella cappella non ci fossero che loro, come se Clotilde non cantasse che per lei, Violante, che con le labbra tremanti seguiva le parole che uscivano dalla bocca della ragazza. E mi accorsi anche dell’incredibile avvenenza della giovane donna, che fiera sembrava sfidare la complessità del canto da cui era, essa stessa, rapita e fatta schiava ma nel contempo padrona assoluta, avvenenza che vedevo specchiata nello sguardo, sedotto ancorché seducente, di Violante.
Poi, all’improvviso, Clotilde terminò di cantare. Le note dell’oboe riempirono la cappella per alcuni attimi e infine il silenzio si riappropriò dello spazio e tutto ritornò caduco e vuoto mentre l’eco di quel miracolo lentamente si affievoliva. Scorsi ancora uno sguardo come d’intesa tra la Marchesa e Clotilde, un muto ringraziamento della prima, un cenno impercettibile d’assenso della seconda.
Tanto bastò.
Due giorni dopo Clotilde fece il suo ingresso a Palazzo Belmonte come giovanissima dama di compagnia della novella vedova.
Ed io ancora una volta fui cieco, ancora una volta non capii che anche quell’evento, così apparentemente lontano da tutto ciò di cui ero stato testimone fino ad allora, faceva in realtà parte di un disegno più grande, che presto avrebbe catturato nelle sue infide trame anche il mio bene più caro.
(continua)
About this entry
You’re currently reading “stravaganza 6,” an entry on suedive
- Published:
- 20.04.07 / 9am
- Category:
- racconti, stravaganza
- Previous post:
- 1 am
- Next post:
- estate
- Popularity: 9%
























6 Comments
Jump to comment form | comments rss | trackback uri