stravaganza 2

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Ma non lasciarti confondere, attento lettore, dalla forza delle mie odierne convinzioni, che’l tempo è un grande tessitore, e gli eventi che all’occhio nostro appaiono come isolati quando ci si presentano davanti, solo a distanza di anni assumono la chiarezza del tessuto damascato

Avessi avuto allora la capacita’ di vedere l’orribil fine a cui quegli eventi avrebbero condotto!

Ma peccherei di superbia se dicessi d’aver scorto,  nella mia ritrosia di allora ad accettare quelle nozze maledette, qualcosa di piu’ della meschina ma forse normale gelosia di un uomo che ha dedicato la sua vita intera al suo padrone, e che all’improvviso si trovi spodestato di parte delle responsabilita’ per cui un tempo a lui solamente si faceva affidamento.

E il demonio sa bene come sedurre anche il piu’ accorto degli uomini. 

La bellezza non era l’unica qualita’ della nuova Marchesa di Belmonte. La sua intelligenza, la capacita’ di apprendere modi e maniere appropriati al nuovo rango, la gentilezza dietro cui abilmente venivano celati i fini piu’ bassi, sedussero infine, che Dio mi perdoni, anche me.
Dopo solo due mesi la trasformazione era completa: la figlia di Bartolo era morta per sempre lasciando il posto a Donna Violante di Belmonte.
E fu proprio il povero Bartolo il primo a pagare il prezzo di tale trasformazione.

Io stesso consegnai al vecchio padre una lettera della figlia in cui gli veniva chiesto, con parole che mai seppi, ma di cui conobbi le conseguenze, di non fare mai piu’ visita a palazzo. E il vecchio, che aveva in Violante l’unica ragione di vita dopo la morte della moglie, non si oppose alla richiesta. Ma il dolore di quel distacco crudele e forzato, chissa’ come ottenuto, fece quello che la malattia della moglie non era riuscita a fare. Al suo funerale, Violante non mando’ neanche dei fiori.

Di fiori, invece, il palazzo era pieno.
Donna Violante era un’ ospite accorta e devota; aveva cosi’ in breve tempo conquistato tutta la nobilta’ Veneziana, al punto che le feste a palazzo Belmonte diventarono il fulcro della vita sociale  della citta’. Poeti e ambasciatori, principi e musici, perfino il Doge in persona, tutti in citta’ facevano a gara per essere invitati. Dio perdoni l’anima di questo povero vecchio, per esser stata testimone di tutti gli intrighi e i complotti che hanno condotto il mondo e Venezia al decadente stato in cui viviamo oggi.

Tutto accadeva sotto i miei occhi, che tuttavia non vedevano.

La mia cecita’ fu tanto piu’ riprovevole quanto piu’ gli intrighi riguardavano le persone che ho amato di piu’ nella mia vita: il Marchese e il mio diletto Alessio. Preso dalle riscossioni dei tributi a Chioggia, o dalle vendite di terreni a Nasso, non vedevo le azioni dal Male. Non potevo vedere. E cosi’ quando una triste notte di Marzo fece ingresso a palazzo il Conte Federigo Della Spiga, cio’ che videro i miei occhi la mente non comprese. Non subito, almeno.

Era, Federigo, rampollo di una delle nobili famiglie Veneziane. Nobile la famiglia, e autentico il titolo. Rimasto orfano a vent’anni, aveva oramai sperperato l’intero patrimonio, faticosamente accumulato nei secoli dai suoi avi, con le donne, i dadi e chissa’ quali altre diavolerie. Si diceva a Venezia che in una notte avesse perduto il palazzo di famiglia, uno dei piu’ belli del Canal Grande e che da allora vivesse nei postriboli della Giudecca. Alto e magro, perennemente vestito di nero, portava Federigo parrucche di foggia e colori fuori dal comune, ed era l’unico nobile veneziano, seppur decaduto, che non ricorresse mai a ciprie e belletti per schiarire la sua pelle. Ella era infatti naturalmente di un candore lunare, colore che contribuiva a conferire quell’aspetto sinistro e spettrale per il quale il giovane era noto. Su quel volto bianco splendevano occhi color inchiostro, profondissimi e impossibili da evitare.

E Violante non li evito’.

Ero intento a parlare al mio padrone quando il giovane Della Spiga fece il suo ingresso. Alla mia destra potevo vedere Donna Violante nascondere dietro al ventaglio di trine il viso sorridente a Monsignor Gabrieli; sollevando lo sguardo in direzione del cortile lo vide entrare. E i suoi occhi, per un istante di cui io fui il solo testimone, si accesero di una nuova luce, una luce che avrei rivisto solo un’altra volta negli occhi di qualcuno al cospetto di Federigo: negli occhi di mio figlio.

(continua) 

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