viaggio in una notte di fine agosto
Amava molto viaggiare di notte.
In particolare durante le notti di luna piena, quando tutto il paesaggio assumeva un aspetto magico e si trasformava nel mondo fatato che aveva sognato da bambino.
In quei momenti, a bordo della piccola utilitaria, si sentiva come Oberon, il Re delle fate, in viaggio nelle terre degli elfi, degli gnomi e dei dispettosi folletti.
Alcune volte, sospinto da un bisogno dell’anima, si arrischiava un po’ più; spenti allora i fari dell’auto lanciata in corsa si lasciava guidare solo dalla luce azzurrata della luna, e la strada appariva ai suoi occhi come la scia di una qualche gigantesca lumaca passata in quei luoghi secoli prima. Nell’asfalto rilucevano mille diamanti, gli alberi e i cespugli erano solo ombre color cobalto incontro al cielo stellato, dipinte con somma perizia da chissa’ quale magica mano. L’unico suono era quello del vento contro l’auto, e poteva accadere che un uccello notturno, un gufo, oppure un candido barbagianni, scambiasse quel frusciare leggero per il volo di una compagna e volteggiasse in cerca d’amore davanti ai suoi occhi.
Anche il suo spirito era in cerca di qualcosa, pur non sapendo bene cosa; come un’antenna in quei momenti era pronto a captare ogni luce, ogni minimo suono che la notte avrebbe trasmesso, di questo era certo, solo per lui.
In quelle notti non si sentiva solo, o forse la sua solitudine riusciva a stemperarla meglio, confondendone i contorni nella profondita’ del silenzio che c’era intorno.
Quella però non era una notte come le altre. L’auto sfrecciava più veloce; docile ai suoi comandi scivolava con leggerezza sul fondo reso più levigato da una pioggia sottile che aveva rinfrescato l’aria afosa di fine Agosto.
La sua mente aveva faticato a raggiungere quella pace che i viaggi notturni avrebbero dovuto darle; era come tesa, in ascolto, a percepire qualcosa, un presagio forse, che i sensi anestetizzati dalla stanchezza e da una strana, ma sempre benvenuta tristezza non avvertivano.
Era intanto giunto sulla sommita’ di una salita e davanti a lui si srotolava un lungo pendio, un rettilineo di mezzo chilometro, tra due schiere di platani, che gli avrebbe dato la possibilita’ di accelerare quel tanto necessario per affrontare la curva che veniva subito dopo con il pizzico di oscuro pericolo che costituiva la parte essenziale della vita di un Re delle fate.
A meta’ discesa, quando fu certo di mantenere una velocita’ consistente, spense il motore e i fari; quindi si immerse nel regno della luna d’argento, come chiamava quella zona franca che col tempo aveva costruito tra la sua mente e il mondo esterno.
Arrivato alla curva vide la luce.
Fu un lampo, un istante; l’auto rimbalzò contro un platano, si girò, invase la strada, si volse di nuovo, piroettò come una danzatrice impazzita e, infine si schiantò contro un secondo albero.
Ora regnava soltanto la muta luce delle stelle dell’Orsa maggiore.
- Sto bene – pensava.
- Ora mi alzo, mi rimetto al volante e torno a casa – .
Qualcosa, un pensiero remoto, invase la sua mente con la forza di una folla eccitata.
La luce che aveva visto.
Riuscì ad alzarsi. Un rivolo caldo scendeva lungo la tempia; vischioso.
Sentiva i capelli bagnati del proprio sangue, farsi più duri, incollandosi gli uni agli altri.
La luce ora gli pareva più accesa. Era difficile riuscire a tenere gli occhi aperti. Gli ricordava la scena di un film che aveva visto anni addietro. Una stanza, un bambino, e una luce accecante che filtrava da una porta.
Poi il bambino, se non ricordava male, aveva aperto quella porta. In quell’istante decise che anche lui voleva farlo. Voleva vedere quello che il bambino aveva visto.
Dalla luce, dentro alla luce, apparve qualcosa.
All’inizio non riuscì a percepire cosa, poi si accorse che era un uomo, o meglio, qualcosa che di un uomo aveva le sembianze. Appena fu a pochi passi da lui dovette però ricredersi: quell’essere non aveva nulla di umano.
Era un angelo forse, o un extraterrestre, oppure un folletto evocato, chissa’ come, dalle sue fantasie.
Era alto come lui, gli occhi due fessure di fuoco, il corpo avvolto da una strato di luce opalescente, gialla e argento.
Cominciò a parlare, e la sua voce era musica, era il suono delle arpe e il ronzio delle api in un giorno d’estate cuciti insieme, era il silenzio dei mantra tibetani, il canto delle donne che mietono il grano, le urla dei bambini all’uscita da scuola.
Erano venuti per lui, stava dicendo, perché con loro avrebbe visto la luce e, finalmente avrebbe capito e trovato la pace che cercava.
E mentre ascoltava vedeva sbocciare i fiori e, inebriato dai loro profumi assisteva a mille metamorfosi del suo interlocutore.
Ora era un angelo, ora un demonio, una fata, un marziano, e poi Puck il folletto, e poi Pan con il flauto e le gambe di capretto, e Oberon in persona, e infine il suo doppio, un altro se stesso che parlava a lui come si parla alla propria immagine riflessa in uno specchio.
Erano venuti per lui, e lui doveva partire con loro, il suo doppio avrebbe preso il suo posto sulla terra, – Come nei film anni cinquanta sui marziani -, pensò divertito.
Cosa voleva fare? Cosa, se non andare.
Si diresse così verso la luce che ora si faceva più bianca e invitante, mentre il suo doppio, colui che era un Dio e un folletto insieme, prese il suo posto accanto a ciò che rimaneva dell’auto.
Riuscì a malapena a vederlo, mentre spariva nel mondo della luce, con il capo reclinato in una pozza di liquido scuro.
Chiunque l’avrebbe scambiato per lui.
















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